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25 febbraio 2021

Guindani, 10 miliardi nel Recovery plan per lo sviluppo del 5G

Autorizzazioni in 60 giorni e sarà rivoluzione digitale

Pres Asstel_Guindani_Intermatica

ROMA «Non meno di 10 miliardi di euro» per la rete veloce e «2 sullo sviluppo di tecnologie radio aperte». Ma anche sburocratizzare i processi autorizzativi imponendo «un limite di 60 giorni» e «pianificare un percorso di alfabetizzazione digitale che duri 18 anni». Pietro Guindani, presidente di Asstel-Assotelecomunicazioni, ha le idee chiare su come rilanciare il futuro digitale di un Paese che, complici le nuove abitudini dettate da lockdown e pandemia e gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ora ha una possibilità.

Dottor Guindani, la nascita del ministero per la Transizione digitale va letta proprio in questo senso. Ma da dove si parte?

«L'approccio che noi suggeriamo è il medesimo che si utilizza per la costruzione di un edificio. Per fare una casa si costruiscono prima le fondamenta che non sono visibili ma sono indispensabili. Ecco le infrastrutture sono le fondamenta della trasformazione digitale del Paese, senza di esse gli stanziamenti previsti nel Pnrr per digitalizzare la PA o le imprese non raggiungerebbero il traguardo».

In più c'è la difficoltà di dover costruire una rete che unisca l'intera Penisola, c'è ancora un distacco impressionante.

«Abbiamo la necessità di dare a cittadini e imprese pari opportunità di vivere la conversione digitale, ovunque esse siano collocate. In tutto il Paese è necessario che vi siano reti che consentano l'accesso secondo gli standard definiti dall'Europa di Very High Capacity Networks, VHCN che rappresenta oggi la frontiera tecnologica. Le faccio un esempio, oltre alle aree bianche del piano BUL, già in corso di infrastrutturazione, secondo le rilevazioni di Infratel, il 17, 7% dei civici italiani, a fine 2019, non avevano accesso a nessuna tecnologia ultra-broadband. Occorre lavorare ad una soluzione.

Eppure nel Pnrr sono stanziati 4,2 miliardi per lo sviluppo di “Banda larga, 5G e monitoraggio satellitare.” Di questi 900 milioni sono destinati a un progetto per il satellitare, 1,1 miliardi ai voucher e 1,1 sono la riproposizione di fondi già stanziati per le aree grigie.

«Così è difficile costruire le fondamenta. Occorre destinare non menò di 10 miliardi di euro per complementare gli investimenti dei privati. La commissione Ue ha stimato nell'arco di 7 anni 70 miliardi di investimenti per la copertura ultrabroadband in Italia. Gli investimenti che gli operatori privati riescono ad esprimere sono circa 7 miliardi l'anno (il 25% del loro fatturato), vi è esigenza di un investimento pubblico a complemento. Non solo per il cofinanziamento pubblico-privato per le aree a minor ritorno economico ma anche per l’accelerazione della conclusione dell’infrastruttura di rete che, in questo modo, deve essere completata entro il 2026, che è l’anno entro cui si deve concludere la realizzazione del Pnrr”.

Il problema non sono solo i fondi. Nonostante il decreto semplificazioni i processi autorizzativi vanno a rilento.

“Il decreto scavi e quello semplificazioni hanno rappresentato passi avanti, ma permangono tempi di risposta ordinamentali che, ad esempio solo per richiedere autorizzazione a uno scavo possono richiedere 180 giorni.

Per realizzare una singola infrastruttura sono necessari più permessi, ed ecco che si arriva in media a 250 giorni. Per cui occorre ribaltare il paradigma e definire un tempo massimo cumulativo, che noi riteniamo ragionevole fissare in 60 giorni. Si tratta di effettuare una valutazione di conformità tra regole applicabili e un progetto tecnico, spesso standardizzato, che non ha la complessità degli interventi per cui si prevedono gli stessi tempi, come le autorizzazioni per la costruzione di un ponte. Non ha senso”.

Inoltre con il Pnrr si dovrebbe tentare di sbloccare l’impasse in cui sono finite le connessioni mobili, come il 5G.

«Certo, ad esempio occorrerebbe investire sulle tecnologie radio aperte. Il cosiddetto standard OpenRan da sviluppare a livello europeo, proprio come accadde con il GSM, consentirebbe la nascita di nuovi fornitori, oltre ai pochissimi che esistono al mondo, che potrebbero produrre apparati trasmissivi radio con standard non proprietari. Ma questo necessita di un investimento in ricerca e sviluppo in cui coinvolgere imprese, università e centri di ricerca, in modo da garantire qualità ed interoperabilità. La Germania nell'ambito del suo Pnrr ci ha investito 2 miliardi. E anche l'Italia dovrebbe fare lo stesso».

Capitolo competenze, cosa si potrebbe fare?

«Noi abbiamo in mente di promuovere l'alfabetizzazione digitale. Una rivoluzione che parta dalla scuola elementare, perché è come insegnare a leggere e scrivere: non basta conoscere l'alfabeto, bisogna riconoscere le parole e usarle. Serve un piano a 18 anni: 5 anni delle primarie, 3 delle secondarie di primo livello, 5 per quelle di secondo livello e 5 anni di laurea magistrale».

 

Francesco Malfetano

Credit to: Il Messaggero

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