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Intermatica Informa

27 novembre 2020

Vivere la montagna con rispetto

Se la montagna diventa una passione, non sottovalutiamone i rischi. Meglio essere equipaggiati, informarsi e conoscere le regole

Se c’è una cosa che è cambiata radicalmente negli ultimi trenta o quarant’anni è proprio l’accessibilità a quella grande e immensa varietà di rocce che separano tra loro le esigue pianure italiane: l’Italia è un Paese che può vantare ogni meraviglia naturale che va dai grandi e ricchi fondali marini alle coste frastagliate, dai lunghi fiumi alle dolci colline fino alle vette più alte d’Europa. Proprio la montagna in questi anni è diventata meta ambita di escursionisti e semplici esploratori, alle prese con scalate, free climbing, semplici trekking, adrenalinici downhill, o fresche discese di rafting. Ma la magia dell’inverno, più ancora che in estate, è magnetica e sa attirare tanti appassionati di sci di fondo, sci classico o d’alpinismo, snowboard e ciaspole per ascoltare il grande silenzio della natura. Ma la montagna non è mai davvero silenziosa e sa mettere in guardia dai propri pericoli chi la sa ascoltare.

Una delle voci più impegnate nell’educare al rispetto e all’ascolto della montagna è Marco Confortola, uno dei grandi cacciatori di 8mila metri, tra i più conosciuti in Italia e nel mondo con un carnet di vette scalate da vertigini. Ne ha scalate ormai undici (si intende senza ossigeno) e l’ultima, il Gasherbrum 2 in Pakistan, appena nel 2019. Ne mancano ancora tre per concludere il suo viaggio sopra le nuvole e tra le stelle: il Gasherbrun 1, il Nanga Parbat e il Kangchenjunga che ha tentato di scalare già due volte rinunciandovi nel 2014 e nel 2018 a pochi metri dalla vetta. Una rinuncia che gli è costata molto, ma che ha imparato a incassare perché con la montagna non si scherza.

Nonostante le sue prove e le sue fatiche, nonostante lo sfinimento e il suo motto “No pain, no gain” che lo incita ad andare avanti, ci sono momenti in cui la sfida con la grande vetta è da accantonare poiché si potrebbe perdere la vita. Quale sia il discrimine tra rischio e ragionevolezza solo gli sportivi esperti e i grandi alpinisti lo sanno e, a maggior ragione, solo chi è diventato anche soccorritore. Perché guardare anche l’altra faccia della medaglia aiuta ad avvicinarsi sempre di più al rischio calcolato. E ora Marco Confortola è anche soccorritore ed elisoccorritore, oltre che alpinista, climber, scialpinista e guida alpina. Insegna ai bambini e ai più grandi come avere rispetto della montagna e come non improvvisare. Proprio lui che nel 2008 durante la discesa dal K2 ha vissuto in prima persona il dramma del Collo di Bottiglia, uno dei passaggi più critici del K2: in quella spedizione persero la vita undici persone, ma Confortola riuscì a sopravvivere lasciando definitivamente su quelle alture nove delle dieci dita dei piedi che gli furono poi amputate. Nonostante ciò, dopo un anno di terapie e allenamenti, riprese a scalare i suoi 8mila.

 

Agli amanti della neve invernale, dei pendii e delle discese raccomanda di rispettare sempre le regole ed evitare di esporsi a inutili rischi. Come fare? Bastano semplici regole di buonsenso. «La prima cosa è rendersi conto di ciò che si sta facendo — racconta il 49enne alpinista valtellinese —, perché in tanti purtroppo non sanno cosa significa montagna e in questi casi anche una semplice ciaspolata può essere pericolosa, se ad esempio non si leggono i bollettini niveo-meteorologici». Quindi, per prima cosa è necessario informarsi sulla meta e ponderare la meta in base alle proprie forze, competenze e allenamento: poi informare quante più persone conosciamo sia dell’itinerario, sia della meta che si vuole raggiungere considerando anche se esiste una copertura per il cellulare o meno. Per scegliere la meta è importante far riferimento ai bollettini nivo-meteorologico: chi non è in grado di leggere o capirne il senso, deve far riferimento alle guide alpine che saranno ben contente di indirizzare, insegnare ed evitare rischi. E poi evitare di seguire le acrobazie di freerider professionisti: non sono per tutti.

 

Strategica è l’attrezzatura: non si può fare un’escursione senza il kit per l’autosoccorso e senza saperlo usare, perché il primo soccorso, quello più efficace, è proprio dato da chi ci sta più vicino. «[…] Quindi per un’uscita di scialpinismo sono fondamentali pala, sonda, Artva (Apparecchio di Ricerca dei Travolti da una Valanga). Qualcuno pensa di essere così bravo da non averne bisogno, ma è un errore. E bisogna imparare a usare questi strumenti. Mi è già capitato di soccorrere persone travolte dalla neve, dotate di Artva così come chi li accompagnava e si era salvato, ma che non aveva potuto fare nulla per loro perché non sapeva utilizzare lo strumento. Si può anche imparare giocando tra amici, basta nascondere l’apparecchio e fare a gara a chi lo trova per primo. So di persone che hanno comprato un Artva molto leggero per alleggerirsi in salita e poi quando si sono trovati sotto la neve, lo strumento non prendeva. Noi ci mettiamo 10-20 minuti per arrivare nel luogo dell’incidente, ma se si è travolti da una valanga sono decisivi i primi cinque minuti».

Ebbene non basta avere il kit per essere fuori pericolo: bisogna saperlo usare, fare prove fra amici per cercarsi e apprendere le regole di come usarlo e anche come scavare con la pala in pendenza. Sicuri di saperlo fare?

 

 

Credit to: La Gazzetta dello Sport

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